La Svezia abolisce la patrimoniale, ultimo tabù del welfare

Leonardo Maisano

Cadono gli dei nella Svezia di Frederik Reinfeldt, il leader del centro-destra al potere da settembre con l'acrobatica promessa di riformare senza smantellare il welfare state. Il Governo abolisce la patrimoniale, uno dei simboli più potenti della dottrina sociale che da decenni illumina Stoccolma, cancellando la tassa (aliquota 1,5%) introdotta nel 1947 su ricchezze che eccedono i 160mila euro. La falla nei conti è stata richiusa perché la questione non è contabile (mezzo miliardo di euro di minor gettito) ma filosofica. Foriera, però, di conseguenze su un Paese spesso preso a modello dalla classe politica italiana e che, ancora un volta, dimostra di sapersi rinnovare senza doversi rivoluzionare. Reinfeldt dissolve quel mito nordico che avvolge in un'aura di peccato l'aspirazione alla ricchezza. Il senso politico dell'abolizione della patrimoniale è interrompere la fuga di capitali che frena lo sviluppo. Secondo uno studio di Nordea bank ci sono almeno 53 miliardi di euro svedesi all'estero. Ora ci sarà un ostacolo in meno e un motivo in più per farli tornare: la fiducia in uno Stato che, nella continuità di antiche tradizioni, trova la forza per sradicare le sue eccentricità più spigolose.